Un giorno il mio vuoto straborderà

Caro A.
è quel sonno a metà che satura la mia inquietudine e che fa strabordare i miei vuoti. Vegli dormendo la donna che desideri e lei, vigile, se ne accorge. Ogni respiro cotto dal sonno, ogni movimento leggero del tuo volto mi fa compagnia in queste notti in cui non voglio addormentarmi per non ritrovare più ciò che ho visto al tramonto. Un giorno il mio vuoto straborderà e raggiungerà ogni centimetro quadrato di lenzuola inzuppando la mia paura che, immobilizzata, non potrà far altro che annegare in se stessa.

tua I.

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L’abisso di Morozzi

Quasi l’alba, adesso, e inizia a venir fuori la verità. Quella costruita per non deludere le aspettative e mettere l’ultima pennellata sul quadro che mamma Gelida vorrebbe appendere in ingresso; ripugnante per un figlio. Gabriele – ex bambino prodigio – si consola con una nenia: dormire, vorrei dormire qualche minuto. Per ragionare, usciere da questa situazione che uscite, in apparenza, non ne ha. Per non affrontare la realtà e nascondersi nella legnaia. E’ nel doppio finale che Morozzi si scopre mostrando la sua bravura, il suo stile agrodolce e quel tocco d’eccentricità che trasforma ogni suo testo in qualcosa da conservare. 

Gianluca Morozzi

L’abisso

Editore: Fernandel

Pagine: 192

Prezzo: 13 euro

Un altra volta Mancassola

SIAMO TUTTI PRIGIONIERI DI QUALCOSA

E invochiamo la paurosa alba

Tra mille sospiri e specchi di sangue su cui leggere lettere e volti cresce la preghiera di questa moderna favola nera. Pagine descritte da parole e immagini che obbligano a soffermarsi; pause necessarie che che sotto le dita diventano grani di un rosario: dieci piccoli segni che s’infilano con discrezione per cantare i misteri dolorosi dell’uomo con un filo di voce, rinchiusi in un anfratto lurido ricoperti dalla nostra stessa sporcizia. Un canto che esce da una bocca impastata di paura; una preghiera sussurrata proprio perché recitata e rivolta a un Dio che cambia volto, sesso e profumo. Per ottenere un compromesso salvifico. Con l’eleganza e la raffinatezza tipiche di Marco Mancassola, l’ideatore del progetto Kids & Revolution. Gloria al talento che ci può portare alla via d’uscita lavando via le macchie dei nostri errori. In un percorso cartaceo e visivo che, con le parole appoggiate alle note, ci svela nella penombra il profilo della contemporaneità: da servi a carcerieri, da carnefici a vittime. Un lavoro complesso ma semplice da maneggiare. Un’esperienza da vivere sdraiati sul letto, non sotto. Concentrati. Perchè la fiaba non può perdere in questa società che fa fatica a leggere ciò che è scritto da sempre. Il team in cui Mancassola s’è ritrovato – per necessità e per volontà – fiata zucchero e veleno. Louis Böde non si vuole fermare: continuerà a cantare parole e a dipingere storie. Per parlare alla nostalgia, al coraggio, alla volontà e al desiderio; per togliere forza al puerile edonismo e ritrovare il lato favoloso della vita, anche nel buio. In attesa del bianco (chissà se quando apriamo gli occhi per la prima volta vediamo il bianco o il nero?). É la storia di Sheherazade e di Tulse Luper, di un uomo vivo al costo di una storia a notte e vittima della narrazione stessa: siamo tutti prigionieri di qualcosa. Ecco l’universalità della condizione di quel mostro aracnoide che alternava tortura e carezze, ogni sera portando la sua vittima al limite dell’abisso. Ma ogni volta che ci avvicineremo a Kids & Revolution ritroveremo sempre la strada per uscire da sotto il letto, seguendo il testo che ha un corpo da prendere in braccio. A volte lo si posa su un materasso, altre volte lo si lava come fosse un bambino, altre ancora lo si tortura. Marco dirige la sua band creativa e ci invita all’ascolto, chiusi in un abbraccio. Non è mai stato così semplice scavalcare i confini di un libro come adesso, e finire in un grembo candido, caldo.  

Louis BödeKids & Revolution

Editore: Hacca, Halley Editrice

Pagine:. 192

Prezzo: 14 euro 

Louis Böde è una “band creativa” formata da:

– Sergio Bertin e Giacomo Garavelloni, musiche

– Marco Mancassola, testi

– Marco Rufo Perroni, disegni

– Nicola Villa, animazione 

Oltre le parole… quando il testo sa farsi trovare

E il verso incontra la prosa in un duetto senza confusione, ritmato, pulito, corretto. Ad armi pari, le parole s’intrecciano, si stringono ed emergono dal bianco. Sotto strisciate corvine la poesia saltella tra righe trasparenti, pause da percorrere in fretta, ancor prima di prendere fiato. Tra appartamenti e viaggi, la lingua balbetta e tutto rasenta la follia. Tutto è scuro, marcio e acido come può esserlo un solo pensiero. Giuseppe Signorin ha realizzato una sottile opera d’arte su carta all’interno di stanze strette come il patto che vuole concludere con il lettore: una sfida per vivere la letteratura in un modo nuovo. Giuseppe continua a sperimentare e questa volta fa un passaggio in più: dal video al libro. Assenze e presenze si scambiano il palco in una performance letteraria emozionante. Perché la parola è potente e trascina con sé l’allegoria e la tragedia. Personale, comune. I pensieri, veicolati dai leggeri spostamenti d’aria – stantia, fumosa, umida – degli appartamenti e della città, escono con la semplicità del gesto dai pori della carta; cercano il lettore. Come la poesia, anche questo libricino esige attenzione: di occhio, di dita, di cuore. E onestà. Non si può fingere di capire. Bisogna solamente afferrare ogni singola parola e decontestualizzarla; spostarla leggermente fuori dal testo e avvicinarla al petto. Solo così il lavoro di Giuseppe avrà raggiunto l’obiettivo. Scavalcando il bianco per raggiungere punti digitati lontani dalla parola che non hanno fretta di chiudere il pensiero; scivolando sul rigonfiamento di una parentesi aperta, sola (e mai così completa) si arriverà a toccare il vero testo. La sua ragion d’essere. E le azioni cancellate appena scritte, sotto strisce nere che lasciano libera l’immaginazione, non celeranno la verità della storia raccontata. Giuseppe alimenta il sogno e la bontà di un dialogo che, poetico ed elastico, sa arrivare molto lontano: leggero e pesante, acre e profumato. Un faretto fastidioso, arrogante, è puntato sulle sottrazioni e su quella follia sfilacciata che s’impasta tra inchiostro e carta. Concentrati più sul buio che sulla luce capiremo che la realtà che ferisce, ubriaca, stordisce, può, nonostante tutto, farci ancora sognare. Un libro che disturba, perchè Signorin scava il pavimento dell’ovvio per penetrare là dove ci rifugiamo assieme alle nostre paure; giù, nell’inconfessabile. Spesso ci imponiamo il silenzio, così soffocante. In questo libro ritroviamo il desiderio di rompere quell’autocastrazione. E provare a vivere, diversi, di nuovo.

Giuseppe Signorin
APPARTAMENTI
Editore: Arcipelago
Pagine: 109
Prezzo: 10 euro
 
 

In essere

Nessuno me lo spiegò, ma lo feci.
Alla fine portai a termine il mio piano seguendolo alla lettera e pensare che l’11 ottobre del 1978 ero ancora analfabeta. Quello che dovevo fare era crescere e aumentare la complessità del mio corpo. Tutto molto semplice. Infatti ci riuscii. Feci solo il mio dovere, ma nessuno, quel giorno, mi disse bravo. Cosa ne sapevo io che dovevo spartirmi il banchetto con lui. Lo ripeto: nessuno ebbe il buon senso di avvisarmi. Comunque gli regalai il palcoscenico e lo feci uscire per primo. Era perfetto. Mia madre lo diceva sempre, eppure lei non lo vide mai. Più perfetto di me. Più perfetto del mio piano omicida.
Forse l’ho ucciso, ma lui non è mai nato. L’11 ottobre del 1978 mi rubarono il nome. Io mi chiamo Gabriele, e non sono mai morto.

(Incipit di un racconto che sto terminando)

Latte, miele e caffè

  Ho del latte caldo tra le mani. Un coccio un po’ deformato.Brucia, ma lo tengo stretto. Osservo i ricami di vapore nell’aria. Rami di edera, poi merletti. Mi perdo ad ascoltare il profumo del latte. Ritrovo mia madre. E la madre di mia madre. E la bisnonna. Rivedo quelle barchette di pane secco che si rianimano con il latte. Si gonfiano e, una volta tornate alla vita, affondano. E il pane diventa latte. Il latte diventa pane. 

Vorrei mordergli il labbro senza farlo sanguinare. Solo svegliarlo.  Fermarlo. Aprire gli occhi, perché quando ci si bacia si tengono serrati. L’occhio distrae, riporta alla realtà. Vorrei morderlo. Aprire gli occhi e fargli vedere quello che non dicono mai. Lo odio, ma in fondo credo di amarlo. Cerco di sfuggire da quella lingua che mi invita. Non gli lascio spazio, fuggo e poi ritorno. È un girotondo senza fine di sentimenti contrastanti. Di amaro, di dolce.Mi ritrovo lucida con del salato sulle labbra. Apro gli occhi e vedo la mia debolezza. Lui se ne accorge, ma non si ferma. Continua questo folle ballo all’inferno, ma dentro di me rimane qualcosa di angelico, di puro. È il desiderio di sentirlo mio, solo per qualche minuto. Di sentirmi morta per vedermi viva. Penso che se mi guardassi allo specchio in questo momento potrei non riconoscere nulla del mio viso. Gli occhi lucidi. Le guance rosse come due amarene. Le efelidi tutte disordinate, mischiate dalle sue carezze, dalle sue lusinghe che sembrano così sincere. La frangia elettrizzata e un boccolo biondo spuntato dalla nuca. Quel piccolo segno di naturalezza, di Aria vera. Il gesto coraggioso del ritorno in me stessa. Lo guardo e vedo quel che rimane di noi. Di quel bacio. Il veloce inizio di un lento suicidio. Il suo corpo stanco sul letto e l’ombra del mio sguardo su di lui, per coprirlo.  È così nudo.  La passione ha rovinato tutto. La paura di star soli ci ha resi orfani di noi. Sento del sangue, non nelle vene. E nulla che mi ricordi l’amore, quello che mi è stato raccontato. Tremo per quello che ho fatto. E rido per quello che penso. Per la mia stupidità, la mia ingenuità senza pudore.Lui dorme felice, ma sembra non respirare. Rimango seduta sul letto e mi accarezzo la pelle, perché quel che c’è stato non mi ha riscaldato. Siamo solo due semplici corpi armati di masochismo che pensano di ritrovare assieme ciò che hanno perso. Due poveri. Due che anche abbracciati, l’uno dentro l’altro, sono separati. Dei suoi baci rimangono solo le mie labbra arrossate, livide. E un bruciore intenso che mi fa desiderare di tuffarmi nel mare. Nel sale che non mi fa venir sete. Adesso ho gli occhi spalancati. Non mi posso più distrarre e vedo la realtà. Quella che pensavo fosse fatta d’amore è solo una scatola piena di paure. Un vuoto immenso ricoperto di latta colorata. Fuori giostre di smalto e fragole appena colte da mangiare. Dentro solo Aria. Nulla di tutto quello che lui vedeva sul mio viso. Lo odio più di prima, ma in fondo penso di amarlo ancora. Accenno un sorriso per non dimenticarmi su quel letto. E continuo a pensare intrecciando le dita.  Ci possediamo e inevitabilmente ci perdiamo nel momento stesso in cui ci amiamo. Questo pensiero mi accompagna a casa, lungo quella strada che in discesa mi riporta vicino al mio lago. Gli occhi si distraggono nel loro riflesso nello specchietto. Il sorriso è una smorfia. Mi succhio il labbro inferiore come fosse ancora da amare. Sento lui, la sua fragilità sciolta in quel sapore. La musica mi spacca i timpani, scuote il mio cuore, gonfia i miei polmoni. Mi libera. Mi salva. La strada balla con me. Curve strette e ravvicinate. E lampioni che mi portano lontana. Più mi avvicino a casa e più la luce  diventa silenziosa. Tutte le volte che provo a farlo entrare nel mio mondo finisce così.  Con la solitudine.  Avevo solo del latte caldo tra le mani, quelle mani che lo hanno portato dove voleva. Così mi ha presa in giro, il prestigiatore! Ha preso me, non quello che volevo fargli annusare. Ha preso il mio corpo che voleva scappare. I rami d’edera che uscivano dalla ciotola sono penetrati nelle sue narici senza magia. Le barchette di pane secco sono annegate troppo in fretta nel latte senza che lui le vedesse rigonfiare. Non ha visto il pane diventar latte e il latte diventar pane. Volevo fargli mangiare coi miei baci la poesia del gesto, delle mie mani che bruciavano proteggendo quel tesoro, del latte che diventa caffè, del pane spezzato con violenza, delle briciole dure nell’aria, del latte che diventa pane. La poesia del sorso. Non mi ha centellinata, ma mi ha finita con ingordigia per la sola voglia di sete. Volevo fargli vedere il miele che diventava siero e quell’ultimo pezzo di pane inzuppato di vita che nascondeva il sapore più buono. Lui mi mangia senza pietà, senza godermi adagio, senza gustarmi. Io, invece, voglio divorarlo lentamente. Mia madre dice sempre che da neonata non mangiavo mai. Eppure mi nutrivo di lei. Attaccavo le mie labbra al suo collo. Come feci il primo istante in cui la vidi. Riconobbi il sapore della sua pelle come se laggiù, nella bolla amniotica, mi fossi sviluppata succhiandole la pancia, dall’interno. Suzione di mamma. Esattamente. E quando mi attaccava al seno sorridevo. Due succhiate. Mi calmavo. Mi beavo. E improvvisamente mi addormentavo. Volevo solo ritornare bambina e nutrirmi di lui. Ma lui non ha preso il coccio con il latte, il miele e il caffè. Neppure lo ha visto.

Il pudore di Marco Mancassola

È raro incontrare uno scrittore in grado di non trasformare un’idea in mera sceneggiatura. Marco Marcassola è in grado di far vivere la scrittura al lettore lasciandolo sospeso per 73 pagine in una dimensione onirica ma mai così reale. Marco non sporca le emozioni, non infastidisce la percezione. Non rovina nulla e non esaspera. Lui, lo scrittore, semplicemente presenta una linea di confine che, varcata, porterà un fratello minore a diventare improvvisamente più grande del fratello maggiore; ci imbocca frammenti d’esasperazione lavando via l’oppressione della morte. Per liberarsi dalle lamiere accartocciate dei ricordi. Per togliere le schegge di passato ficcate nella pelle. È la presa di coscienza il soggetto attorno cui ruota la sua parola. Le trame volutamente impoverite rafforzano le immagini, i pensieri dei protagonisti, le emozioni. Il lettore si ritroverà la bocca impastata e bevendo a grosse sorsate questi racconti si salverà: proverà a spingere con forza nell’intimità conservata tra le pagine del libro perché gli sarà impossibile resistere all’invito delle parole; accetterà di correre lo stesso rischio del protagonista del primo racconto nel ricordare spezzoni di vita altrui. Si ritroverà a seguire Hans nella ricerca di quella via che definirà il proprio ruolo all’interno della storia. Il lettore calpesterà prima gli scarti del sogno, poi si sentirà annebbiato da fumi alcolici, scuri. Nel Ventisettesimo anno nulla è semplicemente generazionale: tutto è opportunità. Di capire, di ascoltare, di elaborare. Questa è la forza della narrazione. E Mancassola lo sa. È bravo anche senza colonna sonora, ora non più necessaria. Dobbiamo ignorare il superfluo. Siamo adulti, ci dicono. E gli adulti sanno che le possibilità della vita sono poche e armati di pragmatismo agiscono di conseguenza. Verso la consapevolezza così ben narrata. Attraverso personaggi familiari seppur distorti dal sogno e dalla birra. Nati in un pomeriggio di luce incerta i due racconti attraversano il lettore come uno schiaffo scaraventandolo a terra per svegliarlo. Il pudore di Marco Mancassola renderà la sopravvivenza un’esperienza intima e nostra. E le radiografie di Pierantonio Tanzola porteranno l’aria alle temperature dei luoghi e delle carni raccontate distraendo – solo per un secondo – l’intensa esperienza vissuta dal lettore abbracciato alla carta stampata.

Marco Mancassola
IL VENTISETTESIMO ANNO. DUE RACCONTI SUL SOPRAVVIVERE
Editore: Minimum Fax
Pagine: 73
Prezzo: 8 euro

Siamo rimasti solo voce

Siamo rimasti solo voce. Come la ninfa Eco, che a furia di consumarsi, per passione, finì col rimanere voce… eco di voce, eco della sua voce. Non abbiamo più peso, né corpo né vita, siamo soltanto voce. La voce che si spande nei canali della quotidianità, la voce rinchiusa, asserragliata a spurgare, incarcerata. La voce dai motel, la voce rimasta impigliata nella rete dei telefoni, delle strade, dei binari. Siamo rimasti Voce, senza più corpo, sul bordo della nostra gioventù, sull’orlo di come sarebbe dovuta andare. La voce delle serenate, che ci echeggiano nelle orecchie, e non ci lasciano in pace. Puniti dalla troppa passione, ci si è portati al punto di rimanere fermi davanti ai bivi. Allora ci è voluto il ritiro, l’impresa e l’epopea.
La voce è diventata la nostra divinità, il nostro nume.

Così inizia un bellissimo libro di Vinicio Capossela, Non si muore tutte le mattine (Universale Economica Feltrinelli, 2006).

Voglio far combaciare l’incipit di questo blog con quello di Vinicio per lasciare spazio alla voce, a quella compagna che ci tutela e conserva. Che ci riproduce.

Siamo rimasti voce e dobbiamo superare l’eco per tornare carne e pensiero.

Ilaria