The sleepers: è arrivato il libro.

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Eravamo a maggio, 18 mesi fa: il tempo di due gravidanze, senza sosta. Sto parlando del concept blog thesleepers.wordpress.com creato assieme a Misia Donati per mettere a disposizione uno spazio comune in cui lasciare suggestioni che in qualche modo raccontassero il rapporto che ognuno di noi ha con il sonno e l’insonnia. Allo spegnimento delle candeline del suo primo anno di vita, il blog ha accolto moltissimi contributi – poesie, frammenti, fotografie, video, citazioni, interviste, canzoni – e ha ospitato iniziative e contest interattivi che hanno coinvolto blogger e personaggi del mondo intellettuale e della comunicazione come Sandrone Dazieri, Simona Vinci, Paola Turci, Meg, L’Aura, e molti altri. Nel corso dei mesi s’è creato in noi una nuova esigenza: dare una forma più “reale”, tangibile alle risposte ricevute da chi aveva deciso di lasciare il suo contributo nelle pagine del blog. Da queste riflessioni è nato il progetto letterario che ha unito ben diciannove autori nel tentativo di esplorare narrativamente la dimensione, familiare ma al tempo stesso misteriosa e sconosciuta, del sonno.

L’antologia The Sleepers – Racconti tra sogno e veglia si è trasformato in un viaggio negli gli stadi e nelle fasi del sonno, alla ricerca dell’esperienza che più ci attraeva e che più ci spaventava: quella della perdita dei riferimenti quotidiani, della coscienza, di noi stessi.

Ieri sera ho preso in mano l’antologia e ho avuto la netta sensazione che anche i blog abbiano una consistenza.

Desidero ringraziare le persone che mi hanno ascoltata e che hanno avuto fiducia in me:

– Misia Donati, per avermi scelta e per aver accettato il mio invito; per la sua pazienza e la sua preparazione.

– Guido Farneti e la sua Musa, per il suo coraggio da operaio editore.

– I miei genitori, per avermi dato i loro talenti assieme alla vita. Prometto che non li sprecherò.

– M., perché c’è sempre, come nessuno mai.

– Cristina Tizian, per aver creduto in me ancor prima di leggermi.

– Luca Artioli, Letizia Bognanni, Mario Capello, Michele “Wad” Caporosso, Irene Chias, Gabriele Dadati, Edoardo Erba, Giovanna Furio, Laura Gandolfi, Barbara Gozzi, Eleonora Lombardo, Simone Marcuzzi, Gianluca Morozzi, Giuseppe Signorin, Simona Sparaco, Patrizia Spinetta, Roberto Tossani, per avermi dato i loro splendidi testi e qualcosa che va oltre le loro parole.

– Alcìde Pierantozzi, per Uno in diviso, L’uomo e il suo amore, e le sue parole per me.

– Tutti quelli che leggeranno questa antologia.

Sicuramente ho dimenticato qualcuno, ma prometto che – prima o poi – rimedierò alle mie mancanze.

“THE SLEEPERS – Racconti tra sogno e veglia“, AA.VV.

A cura di Misia Donati e Ilaria L. Silvuni

Azimut Editore

Esiste un sesto continente, quello del sonno, il più esplorato e al tempo stesso il più misterioso. Una dimensione fatta di opposti in equilibrio e di logiche incoerenze. Una terra ariosa in cui ciclicamente ognuno di noi si ritrova a camminare, solo, cercando di volta in volta qualcosa di indefinito eppure sempre urgente.

Che cosa si annida davvero dentro i nostri sogni, che cosa ramifica dai nostri incubi, che cosa tentiamo di nascondere nell’oblio dell’incoscienza?

A differenza di quanto si crede il sonno non è uno stato passivo, ma un atto vitale, espressivo. E, soprattutto, non è separabile dalla veglia. Per questo può –e deve- essere raccontato.

Diciannove autori affrontano a occhi aperti il viaggio che normalmente ci vede addormentati.

Ripercorrono le fasi e gli stadi del sonno registrando sensazioni, rimanendo in ascolto delle voci che non vogliamo o non possiamo udire, scrutando tra le ombre. Senza la presunzione di dover capire o spiegare tutto, ma al contrario con la fascinazione infantile di chi è ammesso alla celebrazione di un rito esoterico o reso partecipe di un inconfessabile segreto.

Nelle librerie dal 28 novembre 2008.

Il ritorno del ritorno

ALLUMINIO E ACIDO

 

LA DUTTILITÀ DELLE FORME DELL’ABBANDONO

 

di Ilaria L. Silvuni

 

Una delle prime cose che s’incontra aprendo Alluminio è lo sguardo di Luigi Cojazzi: i sui occhi abbassati che non si riescono a raggiungere e quei piccoli segni attorno alla bocca che testimoniano la presenza costante di un sorriso per gli altri. È un’immagine utile a calmarsi dopo la tensione che si prova osservando quel pallone in copertina: un oggetto caro a tutti noi, un Tango che, visto da vicino, da simbolo di gioco e spensieratezza diventa Pietas moderna, minaccia. Luigi ha alle spalle esperienze in prima linea in Colombia come osservatore internazionale in zone di conflitto: giovanissimo, ha deciso di esplorare quei luoghi in cui l’impegno dell’individuo è ancora più indispensabile per la sopravvivenza. Ciò che accomuna la scrittura di Cojazzi all’Alluminio è la resistenza alla corrosione. Perchè né lui, né la sua storia vogliono abbassare la guardia di fronte a un destino pronto solo ad annientare la speranza di un cambiamento, di un ritorno. Il vociare attorno al campo, là dove non hai più nulla a cui aggrapparti, oltre il dolore, al di là dell’abbandono, si fa sempre più alto durante la lettura per poi finire strozzato in una moviola al rallentatore di un finale che isola completamente. L’immaginazione del lettore si pulisce dalle ossidazioni dei propri silenzi per riprendere l’attenzione, doverosa, nei confronti di un autore come Cojazzi. E ritorna l’abbandono per portarsi con sé la mancanza ma ritorna anche l’amore e il ricordo di una promessa. E ritorna il ritorno come in un cambio all’ultimo secondo a bordo campo. Per aspettare il goal decisivo, per lasciarsi andare e prepararsi ad attutire il colpo. Lo senti l’odore dell’alluminio e anche se prima di leggere questo libro non sapevi descriverlo. Lo riconosci. È pungente, è acido, ma lo puoi ancora a respirare.

 

 

Luigi Cojazzi

ALLUMINIO

Editore: Hacca, Halley Editrice

Pagine: 206

Prezzo:12 euro

Il Carnevale di Stassi

Ogni racconto ha i suoi compagni di viaggio. E quando la storia scritta sulle rotaie di un treno si aggrappa all’amore e porta in Sud America tutto si amplifica, a partire dal desiderio di rivoluzione, di cambiamento. Rigoberto Aguyar Montiel è il nostro amico di viaggio e la sua Consuelo diventa il nostro sogno. Tra scorci di mondo e campeones stringiamo la Diosa de la victoria, le speranze che abbiamo perso. Affascinati e ossessionati da sempre dalle cose definitive, conserveremo con cura questo libro e, a grossi respiri, ci ritroveremo meno ossessionati dalla perfezione… e sapremo dove vogliamo arrivare.

vedi la copertina

Fabio Stassi

È finito il nostro carnevale

Editore: minimum fax

Il più dolce delitto

Un libro ossessivo ma assolutamente coinvolgente e costruito con la stessa energia che pompa, nelle vene di Giancarlo Onorato, il sangue del vero artista. Un ritmo serrato che coinvolge la stessa parola e, inevitabilmente, la lettura. In alcuni passaggi il desiderio sarà quello di tornare sui propri passi e di ripercorrere lo stesso sentiero che abbiamo lasciato alle spalle. Si inciamperà spesso nelle radici marce dell’illecito e del vizio, ma ci si rialzerà con il cuore in gola, cercando una donna abile nel trasformare le sue paure in sensualità: lei, che sembrava già oltre ogni cosa.

gianCarlo Onorato 

IL PIU’ DOLCE DELITTO

Editore: Sironi

Pagine: 320

Prezzo:16 euro

Il parco delle meraviglie

Non è facile sentire proprie delle storie lette. Ma quella della Battistella si fa nostra già dalle prime righe. E’ l’apparente disagio del lettore che avvicina al libro. La Battistella è bravissima nelle descrizioni dei luoghi, delle atmosfere e, soprattutto, nella caratterizzazione dei personaggi. Lo studio delle comparse e dei protagonisti della storia è quasi da scrittura teatrale e facilita il lavoro del lettore. Prepara; allena. Sarà per il DNA prelevato da una storia vera, sarà per la maniacale precisione dell’autrice, ma questo romanzo pretende di essere ascoltato.

Francesca Battistella

IL PARCO DELLE MERAVIGLIE

Editore: Statale 11

Pagine:251

Prezzo: 15 euro

Lei, che nelle foto non sorrideva

Identiche, sputate, ci dicevano. A me quel sputate non era mai piaciuto. Questo l’incipit del romanzo della Bomoll. Questo l’inizio del tutto. Della rieducazione, della rinascita di una delle due gemelle. Un romanzo struggente e che osa. Che vuol andare oltre la trama per raggiungere il riverbero della vita. Quel luccichio che accompagna, che ossessiona. In questo intimo e struggente romanzo il tempo scorre veloce tra destino e casualità. Senza scoprire chi realmente soccomberà, quale metà verrà oscurata, chi delle due verrà protetta. Lei, che nelle foto non sorrideva era la sua eredità. E nessuno glielo aveva mai detto.    

Cinzia Bomoll

LEI, CHE NELLE FOTO NON SORRIDEVA

Editore: Fazi

Pagine: 192

Prezzo: 13 euro

Suicidi falliti per motivi ridicoli

Nata da un’idea buttata giù su un tovagliolo, questa geniale raccolta di racconti aumenta la qualità delle antologie italiane. Tutto questo grazie all’intuito dei due giovani curatori – Gianmichele Lisai e Gianluca Morozzi – e alla bravura dei diciannove autori. Suicidi falliti per motivi ridicoli sta diventando un vero e proprio must letterario; dissacrante e provocatorio come l’intenzione di togliersi la vita. Come una corale sfida contro il destino, quest’antologia pretende di essere letta e si aggrappa al lettore strascinandolo nell’intimità e nella teatralità del suicidio.  Finalmente un’antologia diversa, nuova, da conservare. 

Aa. Vv.

SUICIDI FALLITI PER MOTIVI RIDICOLI

A cura di Gianluca Morozzi e Gianmichele Lisai

Editore: Coniglio

Pagine: 210

Prezzo: 13 euro    

Intervista a Flavia Piccinni per www.puralanadivetro.com

Adesso tienimi ha già fatto parlare di sè. Come tutti i romanzi d’esordio, si ritrova oggetto di critiche e di diffidenze, ma a differenza di molti lavori giovanilistici, quello della Piccinni, ha superato l’esame riuscendo a stupire anche i lettori più scettici. Conoscevo Flavia attraverso i suoi racconti (due le antologie in cui è presente: Nulla è per sempre, Giulio Perroni Editore, 2006 e Under 18, Coniglio Editore, 2006) e prendendo in mano il suo primo romanzo ho potuto scoprire una scrittrice giovanissima capace di dimostrare che la scrittura non ha bisogno di mediocrità, banalità ed esagerazioni, ma semplicemente di onestà e forza.

Intervista Milano – Lucca (via mail)

Martina, protagonista del tuo romanzo, accusa il suo uomo di averla lasciata disorientata, quindi, impaurita. Cosa credi che realmente disorienti i giovani?

Credo che, nei giovani come negli adulti, sia la novità a lasciare senza parole, a generare paura e incomprensione. Leggendo la tua domanda mi è venuta in mente l’incipit di Meno di Zero “La gente ha paura di buttarsi“. Ecco, credo che sia anche questo che faccia paura ai giovani, la paura di lasciarsi andare, di rischiare. A Martina però fa paura la realtà, sapere che è stata sfruttata, usata, abbandonata. A lei fa paura quello che le è successo e che non ha ancora voluto realizzare.

L’ossessione dell’incompiuto: spesso accusano le nuove generazioni di non essere in grado di portare a termine dei progetti. Questa loro precarietà, la loro apatia li porta inevitabilmente ad uno stato di angoscia. Credi che le “accuse” rivolte a loro siano vere e fondate?

Non credo che le nuove generazioni siano più inconcludenti di quelle passate. Intorno a me non vedo apatia, ma tanta rabbia per le cose che non cambiano, per la difficoltà a trovare un posto di lavoro, ad emergere, a riuscire a trovare un equilibrio con il mondo lavorativo che permetta di costruirsi una propria vita. In questo senso le accuse sono fondate, è difficile pensare di essere pieni di energie se si sprecano tutte le forze per mantenersi a galla. Per Martina però è diverso, la sua vita le è stata portata via da Vianello, il suo amore. Nel momento stesso in cui lui si è ucciso le sue seppur scarse aspettative si sono spente e la totale abulia, l’incapacità di reagire, si sono impossessate di lei fino a diventare le sue giornate.

Cosa può fare il ricordo? Nel tuo caso ha dato vita a un romanzo stupendo… in Martina invece?

In Martina il ricordo è un tormento fortissimo, un angoscia tremenda che divora le sue giornate e ogni secondo della sua vita. Il ricordo è tutto quello che le resta, tutto quello che ha e quando si renderà conto che non è sufficiente vivere nella memoria, nel passato, solo allora realizzerà quello che realmente ha vissuto, quello di cui è stata vittima.

I genitori per Martina sono “Michele” e “Adriana” proprio “perché li rispetto non solo come genitori, ma anche come persone… ” Partendo da questa riflessione della tua protagonista raccontaci come vedi le nuove generazioni di genitori.

Martina stima i suoi genitori a prescindere. Sono molti i ragazzi i cui genitori, ex sessantottini, hanno cercato di smantellare la famiglia di stampo patriarcale facendo delle gran confusioni. Ho una serie di amici con genitori completamente senza polso, che si piegano al volere dei figli in modo eccessivo e a volte imbarazzante ma che, con la scusa di mettersi al loro piano, rifuggono dalle responsabilità che un padre e una madre dovrebbero avere. Poi, per nuove generazioni di genitori intendo quelle nate a cavallo degli anni settanta e ottanta, che sono quasi miei coetanei e che posso dire, per esperienza diretta, sono splendidi. Disponibili, gentili, con il pugno duro quando la situazione lo richiede. In molti casi hanno vissuto la libertà totale e adesso ai loro figli impongono una dura morbidezza.

A Taranto “le cose sono sempre state così” e manca la voglia di cambiare. Nella rabbia di Martina c’è anche la tua?

Sì, ma credo che la rabbia di Martina sia la stessa di molti tarantini che non vedono le cose cambiare, che vedono le cose – nonostante tutto – restare uguali. Io sono nata e cresciuta a Taranto e, tutte le volte che ci ritorno, la situazione è sempre diversa, e non migliora di certo. Ma la rabbia per le cose che non cambiano, non è solo verso la città, ma anche verso un mondo politico, lavorativo e scolastico che conosce solo l’immobilità.

Cosa potrebbe essere diverso a Taranto?

Potrebbe essere diverso tutto, come in ogni città del mondo. Se mi chiedi cosa secondo me invece dovrebbe essere diverso, il discorso cambia. Taranto, forse in pochi lo sanno, ma è il terzo centro del Mezzogiorno continentale e la sua crisi, che dura da molti anni, è legata non solo all’Ilva e ai problemi a questa strettamente connessi – crisi occupazionale, inquinamento – ma anche alla politica locale, che ha dato degna prova grazie a un crack finanziario di oltre 800 milioni di euro, accumulato dalla giunta di centrodestra capeggiata dal sindaco Rossana Di Bello.

Molti denunciano la mancanza di un sogno collettivo nelle nuove generazioni. Lo pensi anche tu? Se sì… che fine ha fatto? Credi che almeno riescano a coltivare quello individuale?

Non posso parlare per quelli che mi circondano, non sarei in grado di dare un parere oggettivo, tanto meno sincero. È tremendo pensare che non ci siano più ideali – anche se vorrei sapere quali sono questi ideali di cui si fa un gran parlare, la famiglia? la lealtà? l’amicizia? Perché, se sono questi, io credo che siano più vivi che mai – e che la collettività sia stata mangiata all’individualità, dall’egoismo. Sarò una sognatrice, ma non credo che non sia rimasto niente, che il valore “collettività” sia annientato.

Martina si aggrappa a un amore maturo ma mai maturato… Cosa può distrarre i giovani dal loro malessere?

Quando si parla di malessere non credo che si possa pensare che ci siano delle distrazioni possibili, qualcosa che con la bacchetta magica possa risolvere i problemi o anche solo farli dimenticare. Il problema di Martina, che soffre di una grave depressione, non conosce distrazioni e benché gli amici, i genitori, la scuola possano rappresentare dei buoni diversivi, lei non riesce a scrollarselo di dosso per il semplice fatto che non è possibile. Il suo disagio è una malattia e la sua sofferenza dovrebbe essere curata da dottori, non da distrazioni.



Adesso tienimi
Autore: Piccinni Flavia
Prezzo: € 14,00
Pagine: 175
Editore: Fazi (collana Le vele)
(Scritto il 24/09/2007 da Ilaria L. Silvuni)

Questo è il mio sangue

 Bologna la nera. Bologna il teatro perffetto per il noir d’autore. Bortolotti lo sa bene e  riesce a dipingere scenari inediti di questa città. Questo giovane scrittore si rivela essere un abile sceneggiatore di parole, sicuro e fermo nei suoi intenti. Inventarsi un personaggio come l’ex prete Walter Maggiorani anticonvenzionale, violento e pronto a incatenare il lettore non è così semplice. Il lettore si affeziona suibito al “Maggio” e alle dinamiche sottili e perfette che ruotano attorno a lui. La sofferenza si sente in tutti i personaggi, forte come il profumo di Cognac che esce sempre dalla bocca di Walter.  

Matteo Bortolotti

QUESTO É IL MIO SANGUE

Editore: Mondadori

Pagine: 262

Prezzo: 14 euro

Righi da leggere, righe da ascoltare

<< Dunque… Pisolo, Mammolo, Eolo, Cucciolo… Brontolo, […] il capo, come si chiama… Dotto.>> <<Vede? […] sono sei, ne manca uno.>> Si dimentica sempre il nano allegro, quello chiassoso, l’unico che ha un “difetto pregiato”. Notiamo solo le cose che non vanno e – come Brontolo – non accogliamo le occasioni: le incontriamo, le sfioriamo e così, senza neppure un motivo, le facciamo volare via. Un lungo racconto scritto pigiando i tasti di una macchina da scrivere a coda lunga, una di quelle da concerto per pianoforte solo. C’è del jazz tra le pagine del libro. Frasi corte ritmate, parole che ricordano i suoni e suoni che portano con loro le parole. Righi da leggere e righe da ascoltare. Sdraiati su qualcosa di morbido senza immedesimarsi troppo nei cinque personaggi di Bollani. Quattro uomini e una sola Lei – estratto puro di donna – che vivono la loro quotidianità inconsapevolmente, come in un girotondo… e alla fine “tutti giù per terra”… rimangono solo le loro piccole storie intrecciate con maestria dalle dita sottili e veloci del compositore di parole. Mani esperte da burattinaio che muovono i fili del destino dei suoi personaggi all’interno di uno schema narrativo predefinito. Una scenografia moderna che si sviluppa come un groviglio di sentieri all’interno di una foresta quasi fatata. Tante pause che prendono l’anima di brevi racconti che ricordano quelli ascoltati da bambini. Per comprendere e per imboccare il giusto sentiero. Pause fatte di rime e filastrocche. Bocconi di storie intrise di verità, strato dopo strato. Grazie a Stefano Bollani impareremo a conoscere il potere della punteggiatura del silenzio, strumento indispensabile per comprendere quello che il dialogo o il semplice ascolto non riescono a raccontarci. E afferrando uno dei palloncini venduti dal signor Sbatocci – sotto un timido cielo grigio di città – diremo “mi viene in mente sono Gongolo… gli altri sei nani non li ricordo” e vedremo questa bella storia che forma un cerchio, poi un otto, poi una spirale. Perché la bravura di Bollani sta nell’aver creato una storia senza fine, dinamica e malleabile. Dove finisce il lavoro dello scrittore inizia quello del lettore, la sua personale ricerca della risposta. Alla fine dei conti, è sbocciata una mattinata piuttosto grigia sotto un cielo movimentato costellato dalle orme dei cinque personaggi e un mazzo di palloncini colorati è rimasto sospeso tra un polso e l’asfalto. Chiuderemo il libro e ci renderemo conto di aver appena finito di leggere una nota a latere della storia dell’uomo, della nostra piccola storia.

Stefano Bollani

LA SINDROME DI BRONTOLO

Editore: Baldini Castoldi Dalai

Pagine: 88

Prezzo: 12 euro

Intervista per il progetto antologico TheSleepers

Da Libero.it:

Chi dorme piglia pesci
Nasce online una comunità che raduna tutti gli Sleepers, ossia chiunque abbia un rapporto viscerale col sonno

Altro che morti di sonno: tra le braccia di Morfeo non si trova solo riposo, ma anche ispirazione e illuminanti intuizioni. Ecco perché, dai narcolettici agli insonni, gli Sleepers di tutto il web sono invitati a fare outing e a unirsi alla community creata da Misia Donati e Ilaria Silvuni, della quale loro stessi ci illustrano le caratteristiche.

Chi può legittimamente definirsi uno spleeper?
Ilaria: ognuno di noi può definirsi uno “sleeper” perchè il sonno rappresenta una fase fisiologica, quindi naturale e necessaria per la sopravvivenza di ogni singolo individuo. Uno sleeper “doc” vive il rapporto con Morfeo in modo passionale e cerca di non subire passivamente la fase “dormiente” della sua vita. Oltre a questa esigenza lo sleeper ha un’urgenza: raccontarsi e liberare visceralmente tutte le elaborazioni immagazzinate durante l’insonnia o il sonno profondo. Dormire può rappresentare una fase di completa assenza di partecipazione alla vita per molti di noi, ma uno sleeper sa che questo non è vero, almeno non completamente. Quindi, inquieto, cerca di aggrapparsi al ricordo del sonno per non esiliarsi troppo dalla veglia. Quando Misia mi ha chiesto di creare due frasi per stimolare i dormienti io ho scritto d’impulso: “E se il sonno fosse una forma di esilio dal mondo? E se l’insonnia fosse la paura di non poter tornare più dall’esilio?”. Questo è quello che mio chiedo io da sleeper.
Misia: l’idea di coniare il termine “sleeper” mi è venuta dopo la pubblicazione del mio romanzo d’esordio “Primi riti del dolce sonno” (Zandegù Editore). E’ la storia di tre ragazzi narcolettici (la narcolessia è una malattia primaria del sonno) che vivono la loro condizione non come una patologia, quindi un limite, quanto piuttosto come una possibilità di conoscenza e di espressione identitaria. Partendo da lì, ho capito che poteva esistere un modo diverso di guardare al sonno, non come a uno “stato” bensì come a un “atto”. La conseguenza di questa intuizione, visto che noi ci raccontiamo attraverso le azioni che compiamo o non compiamo, è anche il sonno può diventare una dimensione narrativa, forse persino più interessante della veglia perché priva di filtri e di mediatori sociali. A conforto della nostra tesi, di un sonno agito e non subito, è venuta poi la letteratura scientifica che Ilaria ha presto scovato e che testimonia come il sonno sia un momento di grande coinvolgimento per l’organismo, ci sono addirittura determinati tipi di cellule che proprio durante il sonno raggiungono il massimo della loro attività.

Da quali stimoli nasce l’idea di questo blog?
Ilaria: L’idea di questo blog è nata in modo assolutamente naturale dall’incontro con Misia. Avevo recensito il suo
“Primi riti del dolce sonno” e grazie a MySpace sono riuscita a instaurare un contatto diretto con lui. Parlando (spesso di notte) siamo arrivati alla conclusione che avevamo la stessa esigenza, la stessa urgenza: cercare di sviluppare il rapporto tra sonno e narrazione. Personalmente credo che ci sia molto materiale su cui lavorare perchè il sonno rappresenta la parte più autobiografica (e autocelebrativa) di una società e di ogni singolo individuo. Nulla di più intimo e di più vero come ciò che proviamo, viviamo durante il sonno o l’assenza di sonno. Dopo poche settimane di conoscenza virtuale ci siamo incontrati per stringere un patto: creare un gruppo di lavoro e una struttura in grado di accogliere stimoli e materiali per la narrazione. Abbiamo contattato amici e colleghi scrittori, case editrici e alla fine qualcuno ha creduto in noi.
Misia: il mio romanzo termina proprio con la frase “Noi siamo i Dormienti e questa è la nostra Legge…” che può considerarsi a tutti gli effetti l’inizio fondativo del blog.

Chiunque e in che modalità può partecipare alla costruzione del blog?
Ilaria: andando su http://thesleepers.wordpress.com/blog-collettivo si trovano le modalità di partecipazione al blog di TheSleepers. Misia rispondi tu che sei più sintetico di me!
Misia: il blog è aperto a tutti e raccoglie qualsiasi tipo di contributo a tema, dai frammenti poetici, alle prose, alle testimonianze, alle foto, ai video. Esistono vari livelli per collaborare, a seconda che uno voglia o meno assumersi la responsabilità di partecipare in maniera costante o occasionale. Quello che ci contraddistingue forse da altre esperienze è che noi operiamo, laddove necessario, un editing dei testi, per mantenere il più possibile alta la qualità dei materiali proposti. In questo, ci comportiamo più come una rivista che un multiblog.

Quanti hanno già aderito al progetto?
Ilaria: Abbiamo ricevuto contributi da una sessantina di bloggers e abbiamo già una quindicina di collaboratori fissi, tra cui autori editi che stanno facendo grandi cose in ambito letterario. Amici e colleghi giovani che (come spesso accade) grazie alla professionalità di editor e di case editrici medio/piccole hanno potuto pubblicare materiali assolutamente di qualità e necessari. Io punto sempre sul concetto di necessarietà in letteratura proprio perchè credo che si debba rispondere a delle esigenze, a delle urgenze e parlare, come cerca di fare TheSleepers, di qualcosa di ancora irrisolto a livello collettivo e individuale. Tra gli ingressi dei nostri collaboratori quello che più mi ha commossa è stato quello di Gabriele Dadati, uno che dovrebbe stare a pieno diritto nel famoso Olimpo degli eletti. Ma siamo ovviamente molto felici dell’interesse che ci hanno manifestato anche altri autori del calibro di Gianluca Morozzi, Laura Pugno, Roberto Tossani, Flavia Piccinni, e tutti gli altri che sarebbe troppo lungo elencare ma che è un onore avere con noi.

Come sono stati reclutati i collaboratori fissi?
Misia: Come dicevo prima, chiunque può diventare un collaboratore fisso, il nostro non è un club esclusivo. Anzi, speriamo di condividere con più persone possibili la nostra passione per la scrittura. L’unico requisito è che ci sia un reale interesse per il tema che trattiamo, per il resto le regole sono uguali per tutti. Quindi, non lasciatevi intimidire dai nomi che leggerete online e scriveteci pure.

C’è, all’orizzonte, l’idea di farne una pubblicazione cartacea?
Ilaria: Lo scopo di questo blog è la pubblicazione. Lavoro con i libri, per i libri e il mio sogno sarebbe quello di poter sfogliare il risultato dei nostri sforzi. Misia ed io abbiamo contattato e incontrato diversi editor per parlare del nostro progetto antologico e la risposta è stata a volte sorprendente. Ma non ci fermeremo solo al libro… abbiamo in mente qualcosa di speciale.
Misia: Come dice Ilaria, il desiderio di trasformare questo progetto in una antologia c’è sempre stato. E’ nato insieme al blog e al blog si è in qualche modo intersecato. Abbiamo infatti bandito un concorso letterario che scade a novembre e il cui bando si trova appunto online: l’idea è quella di raccogliere materiale dalla rete e di realizzare un’antologia che veda insieme autori già noti, autori come noi che si sono appena affacciati alla scena letteraria e perfetti sconosciuti, tutti uniti dall’interesse per uno stesso tema. Ovviamente, non possiamo promettere niente, lo scopo del concorso è solo quello di segnalare i racconti che riterremo più aderenti al nostro progetto ai vari editori cui ci rivolgeremo ; starà poi agli editori decidere a riguardo, ma la nostra disponibilità è garantita.

Il cattivo rapporto col sonno è una delle grandi emergenze sociali, che ne pensate?
Ilaria: Assolutamente sì, siamo in piena emergenza. La conferma arriva anche dalla quantità e dalla qualità del materiale che ci arriva dalla rete. I ragazzi sentono il bisogno di raccontarsi e trovano che parlare del sonno, di quello che avviene prima, durante e dopo, sia il modo più immediato per sfogarsi. La rielaborazione del vissuto avviene durante il sonno e, a mio avviso, per come viviamo, non abbiamo più la possibilità di metabolizzare ciò che immagazziniamo. Non vogliamo addormentarci perchè ci sentiamo in pericolo. Non vogliamo svegliarci perchè abbiamo bisogno di un esilio. Un motivo ci sarà… Misia ed io stima lavorando per scoprirlo. Una delle caratteristiche che ho voluto inserire nella strutturazione di questo progetto è stata la scientificità proprio perchè desidero analizzare in modo serio e approfondito questa emergenza sociale.
Misia: Credo che i problemi del sonno non siano altro che un riflesso di più ampi e stratificati problemi sociali. Ripeto, se il sonno non è uno stato ma un atto, come noi crediamo, allora non è certamente casuale che in questi tempi così confusi, precari e ansiogeni anche la qualità del sonno ne abbia risentito. E che ciò che cerchiamo di sedare e di reprimere durante la veglia si sprigioni con tutta la sua forza quando cadono inibizioni e barriere. Credo che per conoscere davvero una persona, a volte, per capirla davvero a fondo, invece che parlarci potrebbe essere più utile guardarla dormire.

Il miglior amico del sonno?
Ilaria: credo che sia l’amore. Non ho mai visto un bambino non riuscire ad addormentarsi sul petto della propria madre e se ci si abbandona al sonno con accanto il corpo di chi si ama è tutto molto più semplice. Il motivo: ci si sente protetti… chissà cosa succede se perdiamo coscienza chiudendo gli occhi!
Misia: credo che sia l’onestà. Se uno è onesto con se stesso, riesce spesso a capire l’origine di certi suoi comportamenti, e il sonno in un certo senso è una forma di comportamento. Non è casuale che alcuni disturbi del sonno, come l’insonnia, vengano curati spesso non con i farmaci ma con terapie comportamentali.

E il peggior nemico?
Ilaria: sto ancora cercandolo, ma nel mio caso specifico è il dolore fisico, cronico che mi impedisce di slegare le cime e allontanarmi con la barca dal porto. Se non si prende il largo durante il sonno si sbatte contro il molo anche se le onde sono dolci….
Misia: l”ipocrisia. Chi mente a se stesso da sveglio, dirà la verità nel sonno. E la verità, si sa, fa male.