Intervista a Flavia Piccinni per www.puralanadivetro.com

Adesso tienimi ha già fatto parlare di sè. Come tutti i romanzi d’esordio, si ritrova oggetto di critiche e di diffidenze, ma a differenza di molti lavori giovanilistici, quello della Piccinni, ha superato l’esame riuscendo a stupire anche i lettori più scettici. Conoscevo Flavia attraverso i suoi racconti (due le antologie in cui è presente: Nulla è per sempre, Giulio Perroni Editore, 2006 e Under 18, Coniglio Editore, 2006) e prendendo in mano il suo primo romanzo ho potuto scoprire una scrittrice giovanissima capace di dimostrare che la scrittura non ha bisogno di mediocrità, banalità ed esagerazioni, ma semplicemente di onestà e forza.

Intervista Milano – Lucca (via mail)

Martina, protagonista del tuo romanzo, accusa il suo uomo di averla lasciata disorientata, quindi, impaurita. Cosa credi che realmente disorienti i giovani?

Credo che, nei giovani come negli adulti, sia la novità a lasciare senza parole, a generare paura e incomprensione. Leggendo la tua domanda mi è venuta in mente l’incipit di Meno di Zero “La gente ha paura di buttarsi“. Ecco, credo che sia anche questo che faccia paura ai giovani, la paura di lasciarsi andare, di rischiare. A Martina però fa paura la realtà, sapere che è stata sfruttata, usata, abbandonata. A lei fa paura quello che le è successo e che non ha ancora voluto realizzare.

L’ossessione dell’incompiuto: spesso accusano le nuove generazioni di non essere in grado di portare a termine dei progetti. Questa loro precarietà, la loro apatia li porta inevitabilmente ad uno stato di angoscia. Credi che le “accuse” rivolte a loro siano vere e fondate?

Non credo che le nuove generazioni siano più inconcludenti di quelle passate. Intorno a me non vedo apatia, ma tanta rabbia per le cose che non cambiano, per la difficoltà a trovare un posto di lavoro, ad emergere, a riuscire a trovare un equilibrio con il mondo lavorativo che permetta di costruirsi una propria vita. In questo senso le accuse sono fondate, è difficile pensare di essere pieni di energie se si sprecano tutte le forze per mantenersi a galla. Per Martina però è diverso, la sua vita le è stata portata via da Vianello, il suo amore. Nel momento stesso in cui lui si è ucciso le sue seppur scarse aspettative si sono spente e la totale abulia, l’incapacità di reagire, si sono impossessate di lei fino a diventare le sue giornate.

Cosa può fare il ricordo? Nel tuo caso ha dato vita a un romanzo stupendo… in Martina invece?

In Martina il ricordo è un tormento fortissimo, un angoscia tremenda che divora le sue giornate e ogni secondo della sua vita. Il ricordo è tutto quello che le resta, tutto quello che ha e quando si renderà conto che non è sufficiente vivere nella memoria, nel passato, solo allora realizzerà quello che realmente ha vissuto, quello di cui è stata vittima.

I genitori per Martina sono “Michele” e “Adriana” proprio “perché li rispetto non solo come genitori, ma anche come persone… ” Partendo da questa riflessione della tua protagonista raccontaci come vedi le nuove generazioni di genitori.

Martina stima i suoi genitori a prescindere. Sono molti i ragazzi i cui genitori, ex sessantottini, hanno cercato di smantellare la famiglia di stampo patriarcale facendo delle gran confusioni. Ho una serie di amici con genitori completamente senza polso, che si piegano al volere dei figli in modo eccessivo e a volte imbarazzante ma che, con la scusa di mettersi al loro piano, rifuggono dalle responsabilità che un padre e una madre dovrebbero avere. Poi, per nuove generazioni di genitori intendo quelle nate a cavallo degli anni settanta e ottanta, che sono quasi miei coetanei e che posso dire, per esperienza diretta, sono splendidi. Disponibili, gentili, con il pugno duro quando la situazione lo richiede. In molti casi hanno vissuto la libertà totale e adesso ai loro figli impongono una dura morbidezza.

A Taranto “le cose sono sempre state così” e manca la voglia di cambiare. Nella rabbia di Martina c’è anche la tua?

Sì, ma credo che la rabbia di Martina sia la stessa di molti tarantini che non vedono le cose cambiare, che vedono le cose – nonostante tutto – restare uguali. Io sono nata e cresciuta a Taranto e, tutte le volte che ci ritorno, la situazione è sempre diversa, e non migliora di certo. Ma la rabbia per le cose che non cambiano, non è solo verso la città, ma anche verso un mondo politico, lavorativo e scolastico che conosce solo l’immobilità.

Cosa potrebbe essere diverso a Taranto?

Potrebbe essere diverso tutto, come in ogni città del mondo. Se mi chiedi cosa secondo me invece dovrebbe essere diverso, il discorso cambia. Taranto, forse in pochi lo sanno, ma è il terzo centro del Mezzogiorno continentale e la sua crisi, che dura da molti anni, è legata non solo all’Ilva e ai problemi a questa strettamente connessi – crisi occupazionale, inquinamento – ma anche alla politica locale, che ha dato degna prova grazie a un crack finanziario di oltre 800 milioni di euro, accumulato dalla giunta di centrodestra capeggiata dal sindaco Rossana Di Bello.

Molti denunciano la mancanza di un sogno collettivo nelle nuove generazioni. Lo pensi anche tu? Se sì… che fine ha fatto? Credi che almeno riescano a coltivare quello individuale?

Non posso parlare per quelli che mi circondano, non sarei in grado di dare un parere oggettivo, tanto meno sincero. È tremendo pensare che non ci siano più ideali – anche se vorrei sapere quali sono questi ideali di cui si fa un gran parlare, la famiglia? la lealtà? l’amicizia? Perché, se sono questi, io credo che siano più vivi che mai – e che la collettività sia stata mangiata all’individualità, dall’egoismo. Sarò una sognatrice, ma non credo che non sia rimasto niente, che il valore “collettività” sia annientato.

Martina si aggrappa a un amore maturo ma mai maturato… Cosa può distrarre i giovani dal loro malessere?

Quando si parla di malessere non credo che si possa pensare che ci siano delle distrazioni possibili, qualcosa che con la bacchetta magica possa risolvere i problemi o anche solo farli dimenticare. Il problema di Martina, che soffre di una grave depressione, non conosce distrazioni e benché gli amici, i genitori, la scuola possano rappresentare dei buoni diversivi, lei non riesce a scrollarselo di dosso per il semplice fatto che non è possibile. Il suo disagio è una malattia e la sua sofferenza dovrebbe essere curata da dottori, non da distrazioni.



Adesso tienimi
Autore: Piccinni Flavia
Prezzo: € 14,00
Pagine: 175
Editore: Fazi (collana Le vele)
(Scritto il 24/09/2007 da Ilaria L. Silvuni)

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